Silvia Pagnini - Cristina Ciullo Art Gallery

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Silvia Pagnini si laurea con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze (2009) discutendo la tesi in playback e presentando l’opera RazzleDazzle Calamari (2009). Comincia la ricerca connessa al filone della Fiber-Art realizzando Franky (2008) che la conduce alla produzione di grandi sculture tessili ideate e confezionate personalmente. Silvia Pagnini si definisce artista Anti-Concettuale. Il risultato estetico e percettivo dei suoi lavori rappresenta il loro aspetto prioritario. La cultura Kitsch, Pop e l’ironia dell’artista privano le sue opere di ogni scopo, le svuotano da qualsiasi contenuto sociale, utilitaristico, concettuale e intellettualistico che talvolta si presume costituisca essenza stessa e valore dell’arte. In questo caso la sua ricerca estremamente personale volge sull’altrettanto confutabile giudizio del gusto: bello è ciò che piace senza interesse.
La serie acquatica composta da Razzle Dazzle Calamari (2009), Pesce sega (2011), Cazzo di mare (2012), Passera Estiva (2012), Pesce  Porco (2013), Pesci Puttana (2013) è rivelativa della sua concezione. I soggetti scelti si sono fatti spazio nel quotidiano attraverso la volgare nomenclatura in sostituzione alle meno familiari caratterizzazioni scientifiche. Queste specie volutamente sgradevoli sono riproposte attraverso un’indagine dell’estetica del bello diventando gioiose immagini a favore di una percezione alienante avvantaggiata dalle innaturali dimensioni e cromatismi costituenti la loro rappresentazione. A questa visione l’artista accosta il senso dell’eccesso, dell’esagerato, dell’immotivatamente vistoso, del linguaggio greve e provocatorio proiettando una grottesca rappresentazione della vita acquatica in una sarcastica e disincantata dimensione marina.
Su un binario parallelo si trovano i mezzi busti in TNT che ripropongono ironicamente Granduca Pietro Leopoldo (2009) personaggio di rilievo per la storia dell’Accademia di Belle Arti, e due sculture barocche del Finelli rappresentanti Maria Barberini Duglioli e Michele Damasceni (2011) ribattezzate in Tresche Neobarocche. Queste interpretazioni offrono all’artista l’occasione di manifestare un divertito virtuosismo tecnico, ricreando l’effetto del marmo attraverso l’utilizzo di un soffice materiale industriale da lei opportunamente cucito.
L’ambizione ad inserirsi in un contesto di mercato e l’esperienza nel suo Atelier fiorentino hanno portato l’artista all’invenzione di gadget modaioli non scontati come gli Acari Voodoo (2011), recensiti insieme ai Calamari in un articolo sul Corriere fiorentino, oppure i cactus di Natale (2013), manufatti seriali numerati e firmati volti ad incitare l’acquisto e perseguire un culto dell’inutile, ma in questo caso, seppur vagamente motivato, economicamente più accessibile.

 
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